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Nativi digitali e competenze digitali

di Patrizia Appari

Molti sono gli autori che hanno negli ultimi tempi analizzato le caratteristiche dei giovani nati nell’era digitale, individuandone le peculiarità antropologiche e le abilità.
La riflessione si articola intorno agli interrogativi che la scuola si pone riguardo a questa generazione, che sembra apprendere in maniera insolita, multiforme, rapida e superficiale.
M. Prenski - (Digital Natives, Digital Immigrants  - Part I Part II - 2001) sostiene che i giovani della generazione digitale possiedono una conoscenza sofisticata delle tecnologie e manifestano altrettante abilità tecniche; rivelano, inoltre, stili di apprendimento particolari rispetto alle precedenti generazioni di studenti.
Studi più recenti, sia a livello internazionale (Jones - 2010; Proceedings of the 7th International Conference on Networking Learning) che nazionale (Rapetti, Cantoni, 2010) concordano sul fatto che sia necessario entrare più dettagliatamente nel merito per mezzo di studi adeguati e affermano che la generazione considerata  manifesta una elevata variabilità di stili e abilità intorno all’oggetto considerato. I contesti educativi (Jones, 2010) influiscono notevolmente su come i giovani si appropriano attivamente delle tecnologie durante il processo formativo.
S. Bennet, K. Maton e L. Kervin (2008) discutono, attraverso un’interessante rassegna, delle caratteristiche dei “nati digitali” e si interrogano sull’academic moral panic che colpisce i docenti vaghi sui metodi e insicuri nelle proprie capacità tecniche.
Il recente lavoro di Bennett, Maton e Kervin, pubblicato nel 2008 dal British Journal of Educational Technology, sostiene che:
1) malgrado le nuove generazioni vivano immerse nella tecnologia, l’uso reale che ne fanno è di tipo  tradizionale (scrittura, email, web);
2) la produzione di contenuti è un fenomeno limitato;
3) le differenze di competenze  nelle nuove generazioni sono le stesse esistenti nelle generazioni più anziane.

La riproposta da parte degli autori del concetto di moral panic (Cohen, 1972) avverte del fatto che il fenomeno dei nativi digitali è enfatizzato dai media senza reali evidenze scientifiche e presentato con accenti drammatici sull’inadeguatezza della scuola e degli insegnanti davanti a questa ipotetica nuova progenie (1). Numerose sono le definizioni di competenza digitale: in questi ultimi anni si inizia a concordare sulla convergenza tra media literacy, computer skills/literacy e information literacy.

La più recente definizione italiana di competenze digitali è quella di Calvani, Fini e Ranieri (2008): “La competenza digitale consiste nel saper esplorare ed affrontare in modo flessibile situazioni tecnologiche nuove, nel saper analizzare, selezionare e valutare criticamente dati e informazioni, nel sapersi avvalere del potenziale delle tecnologie per la rappresentazione e la soluzione dei problemi e per la costruzione condivisa e collaborativa della conoscenza, mantenendo la consapevolezza della responsabilità personale, del confine tra sé e gli altri e del rispetto dei diritti/doveri reciproci”.

H. Beetham , L. McGill e A. Littlejohn (2009) forniscono al sistema universitario della Gran Bretagna una dettagliata serie di raccomandazioni riguardanti la formazione e le competenze essenziali per il successo formativo dei giovani attraverso uno studio denominato “Thriving in the 21st century. Learning Literacies for the Digital Age“ - Crescere nel ventunesimo secolo: competenze nell’apprendimento per l’era digitale.
Nello studio gli autori precisano che la literacy è:
  • Una conoscenza o capacità di base, come saper leggere, scrivere, far di conto, da cui dipendono capacità più specifiche.
  • Un elemento di cittadinanza culturale.
  • La capacità di saper comunicare con una varietà di media.
  • La padronanza acquisita attraverso la pratica in contesti diversi e il continuo miglioramento.
  • Una capacità pratica socialmente e culturalmente situata spesso dipendente dal contesto in cui è sviluppata.
  • La capacità di auto sviluppo e motivazione al cambiamento.
Il progetto LINKED - Leveraging Innovation for a Network of Knowledge on Education, progetto finanziato dalla Commissione Europea con l’obiettivo di organizzare e gestire la conoscenza in merito a due concetti chiave: la competenza digitale e i giochi digitali, è giunto alla conclusione che le componenti essenziali per lo sviluppo della competenza digitale sono:
  • un setting scolastico tecnologicamente ricco ed integrato con le metodologie didattiche adottate dagli insegnanti;
  • una didattica curriculare supportata dalle tecnologie;
  • una didattica orientata alla risoluzione di problemi autentici che preveda la partecipazione attiva degli studenti caratterizzata da produzione di materiali digitali, consultazione di fonti diversificate nel web,  partecipazione a comunità di pratica online.
Altri studi come quello dell’Università di Melbourne (2008), effettuato nel 2006 su più di 2000 studenti del primo anno sottolineano che l’uso delle tecnologie per scopo personale o nel tempo libero non è immediatamente trasferibile come utilizzo competente nell’ambito dello studio, obiettano il fatto che la net generation presenti caratteristiche omogenee al suo interno e suggeriscono la ricerca di approfondimenti attraverso ulteriori indagini.
Il recentissimo studio “How today college students use Wikipedia for course related research” pubblicato su First Monday (Head, 2010) sottolinea che Wikipedia è utilizzata come unica base di partenza per una ricerca bibliografica più approfondita.
Van deVord (2010), ricorrendo ad una metafora, evidenzia che l’enorme quantità di materiale audio, video, testuale disponibile online utilizzato senza regole e indicazioni e le insufficienti competenze possedute dagli studenti creano condizioni paragonabili ad un oceano globale infestato da squali.
Nel 2011 l’OCSE ha pubblicato il rapporto “PISA 2009 Results: Students On Line Digital Technologies and Performance” relativo ai dati PISA 2009 intorno alle competenze digitali dei quindicenni, ciò che è stato chiamato digital reading. Hanno partecipato alla ricerca 16 paesi, tra i quali non figurava l’Italia.
Le quattro linee di intervento suggerite da OCSE sono:
  1. Prendere in considerazione le prestazione meno elevate della popolazione maschile.
  2. Potenziare l’accesso all’ICT per le fasce più deboli della popolazione.
  3. Assistere gli studenti nello sviluppo delle competenze necessarie per la lettura di testi digitali.
  4. Favorire un uso appropriato delle tecnologie nella scuola.
Information skill, digital skill, Internet skill, information literacy, digital reading: la moltiplicazione dei termini indica la rapida evoluzione delle tecnologie ma anche l’apporto di aree scientifiche diverse.
Compito della scuola è quello di formare intelligenze differenziate capaci di processare, selezionare, organizzare, trasformare le informazioni significative e educare intelligenze in grado di scegliere, in differenti situazioni e contesti, i valori e le intenzioni che guidano i propri progetti personali.
Le tecnologie devono essere inserite nel processo di apprendimento e come tali rappresentare il motore di un insieme di passaggi, di attività, di operazioni finalizzate al conseguimento di obiettivi.
E’ necessario, allora, che i docenti, attraverso momenti formativi di volta in volta progettati per ottenere risultati significativi, concertino azioni, nella quali la competenza digitale non viene data per scontata bensì venga considerata elemento determinante per:
  • predisporre esperienze indispensabili per il processo di co-costruzione della conoscenza;
  • rappresentare la conoscenza attraverso più strumenti e modelli;
  • sostenere pratiche riflessive e metacognitive;
  • sviluppare pratiche che prevedano la realizzazione di compiti complessi da svolgersi in situazioni autentiche;
  • simulare contesti reali e significativi per l’apprendimento;
  • incoraggiare negli studenti l’assunzione di responsabilità individuali e sociali.
(1) I moral panic sono definiti come problemi sociali fittiziamente costruiti, caratterizzati da una reazione nella rappresentazione dei media sproporzionata rispetto alla minaccia reale, spesso basati su statistiche folkloriche che, benché non confermate da studi accademici, si rincorrono da media a media. Secondo Philip Jenkins "la reazione di panico non si verifica a causa di una valutazione razionale di una minaccia particolare",  piuttosto  è "un risultato di mal definiti timori che alla fine trovano come centro drammatico e semplificato uno stereotipo, che fornisce quindi un oggetto  tangibile di discussione e dibattito" (Jenkins 1996).

Riferimenti:

Prensky M. - Digital Natives, Digital Immigrants,Part I - On the Horizon (University Press, Vol. 9 No. 5), 2001
Prensky  M.  - Digital Natives, Digital Immigrants, Part II -They Really Think Differently? On the Horizon  (University Press, Vol. 9 No. 6), 2001
C. Jones, C., Ramanau R., Cross S., Healing G. - Net generation or digital natives: is there a distinct new generation entering university? Computers & Education. 2010
Rapetti E., Cantoni L.  - Nativi digitali e apprendimento con le ICT: la ricerca GenY@work in Ticino, Svizzera -  Journal of E-Learning and Knowledge Society, 2010
Bennet, S., Maton, K., Kervin, L., - The ‘digital natives’ debates: a critical review of the evidence - British Journal of Educational Technology, 2008
Calvani A., Cartelli A., Fini A., Ranieri M. - Modelli e strumenti per la valutazione della competenza digitale nella scuola - Journal of E-Learning and Knowledge Society, 2008
Beetham, H., McGill L., Littlejohn A.  - Thriving in the 21st century. Learning Literacies in the Digital Age, 2009
LINKED  - Leveraging Innovation for a Network of Knowledge on Education, 2010
PISA 2009 - Results: Students On Line Digital Technologies and Performance, 2011

 
 
 

 

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