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Nove dei più importanti concetti ricorrenti in fenomenologia, più uno


di Gabriele Boselli

Fenomenologia (secondo me)

Nata con Kant, allattata da Husserl, è l’evoluzione più giovane e alta del millennario pensiero idealistico oggi proponibile.
Non un sistema del mondo ma un’avventura della miglior coscienza occidentale. Critica della ragion logica e pratica che muove dalla relazione del soggetto con i fenomeni e gli statuti della conoscenza e, accompagnata dal prezioso disagio di un dubbio metodico, fa vela verso il mistero della conoscenza, verso le inattingibili “cose stesse”. Invito alla visione e al vissuto trascendentali. Filosofia prima, degli inizi, dei principi. Delle fondazioni. Guardare il mondo dall’interno e dal lontano insieme.
Il metodo fenomenologico come opera intersoggettiva di costituzione epistemologica di un mondo che verrà solo processualmente posto come oggettivo.
Implicazioni pedagogiche essenziali: intersoggettività, soggettualità (Scheler: persona come concreta unità d’essere di atti), la relazione non precostituita come fondazione, perseguire insieme a..il fine della conoscenza in-finita.
La fenomenologia conduce sul cammino senza termine della conquista di un’umanità autentica; il fenomenologo come chi non è per sé ma è in funzione dell’umanità

Coscienza

Prender le distanze dalle cose per guadagnare un inserimento proprio (autonomo) nel mondo. Nulla può essere assolutamente presupposto alla coscienza. Questa si autocoglie nel cogito, immediatamente donatrice di senso e fonte di significato, Prender lucidamente parte a un mondo che le si offre.
Nonostante tutte le riduzioni e le messe in parentesi, l’avvertire sempre e comunque il legame necessario con il vissuto, con l’atteggiamento fenomenologico percepito più sensatamente, alla luce di una ragione più forte.
La coscienza come “coscienza di” “intorno a” : La coscienza trascendentale come riconoscimento del limite e fuoriuscita dal niente attraverso l’in-tensione all’oltre (Heidegger).
E’ non perdersi nei fatti decentrandosi da sè fino a perderne nozione, riflettere sugli atti, assumere consapevolmente nuove disposizioni, sapere ulteriormente di se, autoeducarsi attraversando plurali campi di esperienza.

Intenzionalità

Il complesso delle pro-tensioni verso l'alterità che é nelle cose, negli altri e nello stesso soggetto pensante.
Brentano concepisce l'intenzionalità come carattere non dell'agire come tale, ma di quello che chiama «fenomeno psichico» intendendo con questa espressione ogni fenomeno rappresentativo e motivo (movente) in quanto contiene per se stesso «un rapporto a un contenuto, una direzione verso un oggetto». Tale oggetto potrà essere o no reale; esso è inizialmente percepito non come “la cosa rappresentata” ma “la cosa”; poi verrà la consapevolezza del suo essere fenomeno.
La formulazione brentaniana condurrà, attraverso Husserl e Heidegger, a ritrovare una compresenza di alterità e quasi-immediatezza. Husserl costruisce sull'intenzionalità la sua prima dottrina del conoscere: si conosce non primariamente come rapporto all'io, ma –postcartesianamente- come relazione di un io-noi alla cosa. L’intenzionalità non è il carattere di ogni fenomeno psichico (Brentano), ma del fatto di coscienza, del fatto noetico o intellettuale ed è ciò per cui il dato sensitivo s'informa di una significazione e si obiettiva come oggetto significante di una intenzione. L’intenzionalità è tendersi verso l’oggetto su di una dimensione di trascendenza; ma nel trascendersi il soggetto non può lasciare indietro se stesso.
La soggettualità è resa altra da ogni oggetto e ogni oggetto è alterato da ogni soggetto. Mentre il fatto psichico è un fatto meramente soggettivo, la noesi è nel primo Husserl rapporto visivo “immediato” all'altro, all'oggetto e alla cosa. Per il secondo Husserl e per Heidegger non vi è nulla di immediato e ogni atto intenzionale attraversa faticosamente un complesso terreno di mediazioni.

Evidenza

Oggi, un trucco del non-pensiero per le sue masse preferite. Il mito dell’evidenza: credere che l’oggetto si autodia e si automanifesti immediatamente alla visione della coscienza.
Nella tradizione idealistica e fenomenologica non è data assolutamente ma intrattivamente, si coglie attraverso atti di riduzione dell’accidentale. Non è l’imporsi della cosa in sé ma frutto di una attiva azione di apertura al diretto mostrarsi dei fenomeni. E’ l’atto del lasciare che ciò che si manifesta sia autenticamente visibile, possa divenirlo con il minimo di interventi esterni. Dovere della descrizione delle cose nei limiti del loro incontrarsi con il soggetto.
In ambito pedagogico il lasciar vedere si sviluppa nel lasciar essere, che non è lasciar perdere ma costruire un orizzonte di attesa che il soggetto avverta come chiamata a essere se stesso.

Costituzione

Poiché non abbiamo accesso al mondo ma alla nostra plurintenzionata coscienza dello stesso, dobbiamo costruire un’immagine di collegamento stabile tra questa e il complesso dei fenomeni. Senza una costituzione del mondo e della sua cultura c’è solo psicologismo.
Costruzione delle strutture ideali del mondo (le uniche cui si possa avere accesso diretto) verso cui si è in-tesi a partire dalla coscienza trascendentale del mondo intenzionato. La costituzione non è solo uno statuto; è anche e soprattutto un’indagine in quanto pone continuamente nuove questioni.
Le discipline, memoria dell'umanità riferita a una varietà di regioni ontologiche, tradizioni interpretative, sono la versione debolmente sedimentata, scolastica della costituzione trascendentale. Per conservare questo carattere devono essere aperte ai soggetti e al fluire degli eventi, gettarsi nel mondo per .


Mondo (Seinsuniversum)

L’insieme delle relazioni che la coscienza trascendentale (dell’umanità) intrattiene con le sue rappresentazioni culturalmente consolidate, con l’universo dell’esserci. Il complesso delle cose percepite nell’attualità della coscienza. L’oggettività del mondo come l’esser oggetto di operazioni di coscienza; fuori di questa non vi sono altri oggetti.

Conoscenza

Conoscere è acquisire uno spazio di inerenza all’essere (Semerari), partecipare di ciò senza di cui l’essere non è più tale, ciò che è necessario affinché l’essere viva. Significa abitare la terra natìa, la casa in cui si sta, la lingua in cui si risiede; ma anche essere aperti a ciò che schiude al trascendimento dallo stato, apre alla pienezza di un senso intenzionale. Il termine conoscenza si oppone intrinsecamente a ciò che non appartiene al soggetto dell’essere, a ciò che aliena, che demolisce il proprio abitare fisicamente e culturalmente la terra, ciò che blocca il distendersi intenzionale del soggetto o –pedagogicamente- ne canalizza i percorsi di autoeducazione
Conoscere é l’heideggeriano “sbocciare da se stesso”. E’ conoscenza essenziale quel sapere che avvicina il soggetto all”argomento fino al rendersi presente di quel che è remoto, quel che porta all’apparire, al manifestarsi dell’ignoto entro l’ambito di ciò che è noto.
Lasciar conoscere è far agire il sapere che apre, lascia che gli enti e gli eventi cognitivi accadano senza irretirli in tassonomie, è creare reti non vincolanti di rapporto intellettuale con il mondo.
Conoscere è approssimarsi all’identità profonda (trascendentale) di soggetto e oggetto. Far cogliere al primo un’identità originalmente ignota a lui stesso e che non può scoprire senza attraversare la foresta della cultura, senza aver passato i campi dell’esperienza scientifica e poetica del mondo.
La conoscenza non è solo dell’evidenza; nasce anzi dal superamento dell’evidenza, da uno sforzo, che nasce dal profondo, di guardare alto e largo; e lontano, e gratuitamente.
Da Platone a Kant, a Husserl, ad Heidegger, a Gentile la conoscenza è dell’essenziale, dei princìpi, di ciò che, dentro la parola e fuori dalla chiacchiera, riduce le parvenze e apre il soggetto a rappresentarsi originalmente (ma anche adeguatamente) il mondo.
La scuola può/deve offrire un orizzonte storico per l’intelligenza dell’essere: offrire dunque conoscenze e saperi (costellazioni di conoscenza) essenziali in quanto lasciano essere anziché trasmettere statuti di ciò che la cultura dà per essente. Se la conoscenza non in primo luogo dell’essenziale, del gratuito o –direbbe Pomi- dell’inedito- è chiacchiera, ideologia del Mercato, introduzione al culto del Nulla.
Edith Stein ci ha indicato come la conoscenza non sia mai uno sterile, industriale prodotto automatico di operazioni tecniche ma qualcosa di imprevedibile, di vivo, di fecondo, di generativo di sapere ulteriore.
Conoscere è tenere in attività il nucleo generativo di regioni gnoseologiche, é trasparenza delle relazioni di tutta la gamma possibile dello sviluppo democratico del sapere stesso.
Le discipline sono atti di costruzioni del sapere di lungo respiro; portano a pensare le cose non solo come sono oggi ma come sono state e probabilmente muteranno, indipendentemente dal loro utilizzo immediato e prossimo venturo. Direi che laddove la competenza risiede nella cultura dell “utile”, l’essenziale abiti in quella della “fondazione” ( 1); dove la competenza é “saputa” la conoscenza è, gentilianamente, sapere in atto.

Campo di esperienza

I campi di esperienza non preesistono al soggetto; si formano in seguito a processi di conoscenza-di che si costruiscono in un campo elaborato quotidianamente sul luogo stesso in cui si vivono le esperienze. Il campo di esperienza non é una struttura formale precostituita né un insieme compiuto di atti di coscienza ma è tratto dell'esperire della soggettualità nel suo incontro con altre sulla terra del mondo. Non preesiste all'esperire dei soggetti. Il suo esser percorso lo con-forma e accresce il patrimonio formale di chi lo attraversa.
Il c.d.e. è dunque un territorio che non é costituito da sempre in sé e per sé ma che si forma per l'atto di un suo attraversamento da parte di un soggetto e del suo porre/porsi delle domande. E' il soggetto che elabora il suo sapere e i saperi preesistenti non saranno più gli stessi.
Il campo di esperienza si attraversa con l'esperire che muove dall'azione per pervenire ad una riorganizzazione del vissuto sul piano simbolico. L'esperienza non è un dato “sotto vuoto”, viene costruita attraverso i sistemi simbolici, grazie a queste forme dell'intersoggettività o –a dirla con Kant- soggettività trascendentale. Ogni autentica conoscenza di campo è transformativa dei significati originari, ma anche generatrice di significati nuovi e importanti.
L'esperienza pedagogica vuol essere unitaria; ogni cde ècontesto da cui muovere per acquisire conoscenza dell’insieme. Si parte da questa e a questa si ritorna in forme più ricche e articolate introducendo ordini di tipo culturale per poi procedere ancora a ricomporre l'insieme. Il campo di esperienza potrebbe configurarsi quale spazio per un gioco di composizione e di scomposizione.
Il campo di esperienza è un profilo del mondo scoperto dal soggetto nel suo incontrarsi con la vita. Il campo in quanto oggetto dell'esperienza. Ciò su cui l' esperienza verte non é neppure didatticamente disgiungibile dal soggetto dell'esperienza, ossia dal suo autore e dal contesto complessivo.
L'esperienza di vita viene ricostruita sul piano simbolico attraverso i linguaggi, le arti , le scienze. Si attiva un processo di riflessione sul vissuto attraverso le forme culturali a disposizione volto a sollecitare comprensione, . interpretazione, trasformazione. Diventano significativi quei vissuti colti dall’ attività di rielaborazione; il significato risiede soprattutto nei modi in cui l’esperienza diventa oggetto di riflessione.

Cura

Farsi carico é operazione che -nella tradizione mediterranea della carità- spesso distrugge sia il beneficato (che diventa più dipendente dello stretto necessario) sia il benefattore, il quale deve negare se stesso nella presunzione di essere utile all'altro secondo proprie, indiscusse concettualizazioni di ciò che é bene.
Diverso é l'accogliere come "prendersi cura": é offerta di situazioni in cui ciascuno possa prendersi cura di sé, invito rivolto a ciascuno a trovare una via personale per porsi in cammino sulla propria strada. Il fine non é la normalizzazione dei bisogni e dell'esistenza dell'altro ma l'esplicitazione all'altro di un interrogativo più ampio sulle condizioni e sul senso della di lui esistenza. Non lo si vuol "guarire" dalla differenza ma si cerca di aiutarlo a trovare il senso iscritto nel nucleo individuale della sua personalità (Mortari).
In "Essere e tempo" Heidegger addita nella "cura" una relazione costitutiva dell'essere come esserci, una inerenza flessibilmente fondativa del proprio come dell' altrui arco delle possibilità situate e situanti di essere in quanto essere-a, qui, ora, con me/noi, in questo frammento di storia, in un reciproco altrove. Accogliere é offrire plurali indicazioni di senso, intendendosi per senso

"ciò in cui la comprensibilità della cosa si mantiene senza venire alla luce esplicitamente e tematicamente. Senso significa ciò rispetto a cui ha luogo il progetto primario, ciò in base a cui qualcosa può esser compreso nella sua possibilità, così com'é" , p.389

Aver cura é riconoscersi e riconoscere "essendo-già-in", é l' "esser-presso" che suscita angoscia (poiché non vi é dominio dell'altro), non il coprente e tranquillante e doppiamente vincolante "esser-per" dell'ideologia buonista.
In una scuola "accogliere" prevede per il docente innanzitutto l'accogliersi, l'approvarsi, il riconoscersi come soggetto, come co-autore di un campo di eventi, di una storia improgrammabile. E' poi ricevere l'ospite e il compagno, l'offrirgli la propria asimmetrica compagnia per un'ampia frazione di esistenza. Non é tanto (ma anche) rito, paroline consolatorie, sorrisi, tolleranza del giochino portato da casa; tantomeno, da scuola a scuola, passaggio di schedature burocratiche. E' offerta di un campo di avventure fisicamente e moralmente sicuro ma non protetto dal rischio cognitivo e affettivo e dal nuovo, da limiti pre-costituiti.

Postprogrammazione

Vicenda esistenziale, teoretica e didattica di un gruppo di insegnanti e dirigenti formatisi nella lettura dei maestri dell’idealismo e in particolare della fenomenologia e nel confronto diretto e mai interrotto con il campo delle esperienze scolastiche.
Nata dal rifiuto dei presupposti culturali e pedagogici della programmazione, “continentale”, erede non nostalgica della pedagogia italiana del Risorgimento e del Novecento, severa nell’articolazione epistemologica, esprime una componente marginale, “contadina”, “provinciale” dell’orientamento pedagogico della scuola italiana. Si considera parte del movimento fenomenologico mondiale (A.T.Tymeniecka, The wordl Phenomenology Institute) e italiano (P. Bertolini, Encyclopaideia). Le nove parole di cui sopra sono anche quelle che più significativamente esplicitano le strutture costitutive che hanno ispirato l’avventura di postprogrammazione.

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