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Nel palazzo girano "voci"

Marzo 2018

Ascolto da lontano. Lontano dall’orecchio del Palazzo. Da più lontano nel tempo. Da ‘prima’. Prima che qualcuno parli, “Prima che tu dica ‘pronto’

Da questa distanza sento “un pigolìo universale” che mi incuriosisce e da cui vorrei partire per la riflessione di marzo Proprio da quel “pigolìo universale, che nasce dal bisogno di ogni individuo di manifestare a qualcun altro la propria esistenza, e dalla paura di comprendere alla fine che solo esiste la rete telefonica, mentre chi chiama e chi risponde non esistono affatto” (1) Non occorre troppa fantasia per immaginare l’amplificazione infinita di quel  bisogno e di quella paura nel mondo del WEB. Un bisogno e una paura che devono trovare orecchio, sguardo, mani, intelligenza per diventare insegnamento e apprendimento. In quel magma incandescente del ‘non detto’ e del non ancora detto’  va forse indirizzato il primo ascolto, perché è lì il disagio, la paura, la frustrazione, il nodo. E questo presuppone un  'ascolto prima della parola’ da parte di ognuno degli abitanti del ‘Palazzo’. L’“ascolto”, nella scuola di oggi, è il ‘listening’, sono le ‘listening skills’, è ‘la didattica per competenze’, è ‘sentir parlare’ (non importa di che cosa, nemmeno quando quel qualcosa fosse interessante) e, poi, ‘misurare l’ascolto attraverso prove’: Riempi i gaps, collega le frasi, scrivi vero o falso, scegli tra le risposte date …

 

“La qualità dell’insegnamento è sostituita dalla quantità dei prodotti, anche un po’ idioti, ma misurabili per cui ciò che conta non è la centralità dello studente, ma l’oggettività della prestazione.” (2)

Parole come socializzazione, educazione sensoriale,  narrazione, metacognizione, metodologia dei laboratori, clinica della formazione, creatività, osservazione sistematica, scuola attiva, metodologia della ricerca sono sparite dai curricoli di istituto, dalle programmazioni didattiche, dai piani di formazione dei docenti, dal corridoio di scuola, dalla classe, dai documenti di valutazione, dalla mente dei docenti, sostituite dal linguaggio della didattica per competenze. Superate? Non credo. Semplicemente non sono più funzionali al mondo globalizzato, finanziario, tecnologico, che chiede, come per il lavoro, la formazione di ‘competenze’ ovvero di saperi e abilità da praticare in situazione e che esige una infinita capacità di adattamento (a ritmi, regole, luoghi, compensi)

Al mondo globalizzato, finanziario, tecnologico  servono persone senza radici, quindi senza memoria, e senza identità, quindi senza appartenenza.

La didattica per competenze, coerente con queste esigenze, si è infatti imposta all’attenzione italiana a seguito delle direttive europee ispirate dall’OCSE (Organizzazione per il Commercio e lo Sviluppo Economico), che ha tra le proprie aree di interesse anche le politiche formative, con il preciso scopo di attrezzare gli studenti per affrontare meglio il mondo del lavoro. Dal 2000 l’OCSE promuove la ricerca PISA (Programme for International Student Assessment) per valutare il livello di istruzione degli studenti dei principali paesi europei proponendo di misurare ogni tre anni le competenze degli studenti quindicenni relativamente a lettura, matematica e scienze. L’Italia, uno dei paesi coinvolti, non ha avuto risultati lusinghieri e, a partire dagli anni di svolta del millennio, diffonde l’attenzione per una didattica fondata sulle competenze, già al centro dell’attenzione internazionale da qualche anno. Anzi, a ben guardare, dal 2000 ad oggi, tra le molteplici e contraddittorie riforme della scuola proposte dai numerosi governi che si sono alternati, il tema delle competenze ha rappresentato una continuità costante A partire dal dibattito sulla riforma dei cicli di Berlinguer, nel 2000, passando per la riforma Moratti, che prevedeva “la certificazione delle competenze” attraverso la costruzione del Porfolio (poi abolito con provvedimento del ministro Fioroni), fino all’introduzione del modello ministeriale di certificazione di quest’anno. 

Cambiare le modalità di uscita di un percorso formativo (la certificazione delle competenze vs documento di valutazione, ad esempio), sostenerle con le prove INVALSI (che dovrebbero dare informazioni sull’Istituzione scolastico e non sugli studenti) e con il sicuro contributo dei libri di testo che le case editrici pubblicano in modo conforme alle disposizioni legislative, significa cambiare di fatto metodologie e programmi e, soprattutto, significa cambiare (o far cambiare) modi di pensare il mondo e di abitarlo.

Il problema non sta nel cambiamento in sé, forse neanche nelle ‘competenze’ in sé, il problema sta nell’imprigionare le pratiche di insegnamento in una burocrazia di routine che toglie creatività e autonomia ai docenti, il problema sta nella dedisciplinarizzazione dei saperi trasformati in rubriche di valutazione senz’anima che, tra l’altro, rinforzano le disuguaglianze sociali a favore di un modello educativo standardizzato e subordinato alle sole istanze dell’economia e non della persona.    

Ad uniformare pensieri, condotte e sentimenti provvede già senza concorrenti la comunicazione digitale. Lasciamo alla scuola la possibilità di vivere l’esperienza della fascinazione dell’apprendere, della gratuità e del piacere della scoperta, della gioia del movimento e dell’esplorazione, dell’innamoramento del sapere, per non perdere una preziosa opportunità di coltivare la fantasia e l’immaginazione per inventare un futuro diverso e vivere meglio il presente.

Quale parola ascoltare allora? Quale parola far danzare dentro il palazzo perché il modello educativo non diventi il modello di Tempi Moderni, dove Charlot, che fa l’operaio, esegue il solo gesto di prendere la chiave inglese e girare un bullone?

Intanto occorre disporsi alla cura della relazione educativa e allo studio  Anche dei processi di apprendimento e non solo di allenamento.

 

Qual è la materia che ti è piaciuta di più a scuola?

L’insegnante di italiano (Ale, 8 anni)

 

Rachele Nasazzi

 

  • Calvino, Prima che tu dica pronto, Mondadori, Milano, 1993
  • Umberto Galimberti, La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, Milano, Feltrinelli, 2018

 

 

 

 

 

 

Commenti   

# Hruodolandus 2018-03-06 15:13
Trovo utilissima e necessaria nel 2018 la competenza digitale visto che a scuola ci troviamo di fronte a dei nativi digitali. 
Perché, quindi, non iniziamo, docenti, genitori ed alunni compresi (sì, perché se è vero che questi ultimi sono nati nel tempo in cui un display ha sostituito la carta è anche vero che spesso non sono in grado di saper usare un semplice formato word o page per non parlare di excel) ad avvicinarci seriamente a questo tipo di supporto? 
Avvicinarsi significa studiare e studiarsi anche avendo un po’ di paura…. 
Significa diventare competenti, appunto, e accorciare distanze di pensiero che permetterebbero di far funzionare di più e meglio la relazione tra studente-docente e il processo di apprendimento (di entrambi) . 
Certo, per fa sì che tutto questo funzioni c’è bisogno di una coesione, di momenti di incontro tra i docenti del cdc per lavorare in maniera trasversale su un’unità d’apprendimento e progettare progettare e progettare e formarsi formarsi e formarsi, e di un setting scolastico adatto. 
E, aggiungo, di un dirigente illuminato che dia la possibilità di andare oltre… 

Qualcuno già dirà: “abbiamo scuole che cadono a pezzi, manca la carta igienica nei bagni, i banchi sono rotti…”

Tutto vero! Ma ricordiamo anche che tutti noi ormai possediamo ALMENO un dispositivo digitale, quindi…


Quello che posso dire, per esperienza personale, è che i ragazzi sono molto più eccitati, motivati, affaccendati, fluidi, aperti (anche più incasinati, certo) quando devono adoperarsi per preparare un ebook di miniracconti inventati da loro e scritti in L2 piuttosto che “andare a pagina 36 e fate gli esercizi…poi correggiamo”

E anche la Prof. lo è.




“Cosa ti è piaciuto di più del collegio docenti?”

“La Preside” 
(Hruodolandus) :P
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# Rachele Nasazzi 2018-03-11 09:33
“Fare esperienza delle cose diventa passare in esse giusto il tempo necessario a trarne una spinta sufficiente a finire altrove” (1) Abitare simultaneamente più zone possibili con un’attenzione abbastanza bassa è il modo di fare esperienza dei nativi digitali. E gli alunni della scuola primaria sono nativi digitali PRIMA di venire a scuola. Appunto.
Dalla leggera e dichiarata distanza del mio punto di osservazione, rivendico per la scuola il diritto di educare anche all’esperienza della distanza. Distanza TEMPORALE, con larghe possibilità di sperimentare l'indugio (tra desiderio e soddisfazione, tra nozione e comprensione progressiva), distanza RELAZIONALE, con possibilità di far danzare i ruoli della convivenza sociale e di gestire gli impulsi emotivi finalizzandoli ad un’etica civile, distanza SPAZIALE (tra la classe e il laboratorio, la biblioteca, la palestra, il cortile, il Bosco della Zelata) per sperimentare attese, ipotesi, scoperte. In fondo la scuola è l’unico luogo dove ancora si potrebbe tenere memoria dell’esperienza fisica, del pensiero problematico, dell’intelligenza divergente, della riflessione critica e le lascerei questa … distanza dal contesto globale Ad esempio eccitando l’interesse di alunni e docenti sia con un dispositivo informatico che con un esercizio a pagina 136 (anche per far aria al cervello mentre sfogli le pagine).
(1) A.BARICCO, I barbari, Saggio sulla mutazione, Fandango libri, Roma, 2006
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# Hruodolandus 2018-03-12 15:55
Non lo so, a dire il vero, Dott.ssa, se l'attenzione dei nativi digitali sia "abbastanza bassa", sa?!

Essere nativi digitali non potrebbe significare avere un'attenzione più veloce?!

Ad ogni modo, restare tra la definizione di "saggezza digitale" e quella di "stupidità digitale", credo possa creare quella distanza giusta della quale parlava Lei, Dott.ssa Nasazzi.
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# Rachele Nasazzi 2018-03-13 11:34
Oh no, non è bassa l'attenzione dei nativi digitali, è ...DIVERSA. Ad esempio veloce. Si muove sulla superficie in forma di multitasking (anche) e non ha bisogno della profondità. Guardando ... da sotto,però, quello che osservo è che la dipendenza dai dispositivi digitali crea le condizioni per il furto dell'attenzione. Essa (l'attenzione intendo) è catturata e condotta su contenuti che non la intercetterebbero altrimenti mai E questo influisce sulla formazione dei desideri e dei sentimenti. 'Salvare l'attenzione' potrebbe essere una finalità interessante da perseguire a scuola.
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