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L'orecchio del palazzo. Dialogo tra chi parla e chi ascolta.

Febbraio 2018

Nel grande lago del silenzio in cui tu galleggi sfociano fiumi d’aria mossa da vibrazioni intermittenti, tu le intercetti  e le decifri, attento, assorto. Il palazzo è tutto volute, tutto lobi, è un grande orecchio in cui anatomia e architettura si scambiano nomi e funzioni … il palazzo è l’orecchio del re” (I. CALVINO,  Un re in ascolto)

  • Pronto Come va?
  • Stiamo facendo il ‘Curricolo”
  • Il Curricolo? Ancora? Ma ci siamo lasciati con il curricolo montato sul telaio … È stato cinque anni fa. Era pronto per essere messo in cornice
  • Sì, ma ora bisogna fare il PTOF
  • (?)
  • Piano Triennale dell’Offerta Formativa
  • Ah!

Navigo qualche giorno nei siti delle Istituzioni scolastiche e scarico un po’ di PTOF

Li prelevo dai siti di Istituti Comprensivi di Milano e provincia. Una decina in tutto. Li leggo con accuratezza e con vivo interesse (mi ci riconosco) Si tratta di documenti molto lunghi, 40/50 pagine, e molto articolati. Offrono una complessa immagine dell’attività scolastica e della sua organizzazione interna. Ogni documento rappresenta una sorta di guida speciale per ‘entrare’ a Scuola, per  capire che cosa succede (o, per lo meno, che cosa dovrebbe succedere o che ci piacerebbe che succeda). Sono illustrate le sedi scolastiche (sì perché ogni ‘scuola’, oggi, è costituita da 3-4-5-6- e più sedi differenti), l’organigramma di Istituto e gli incarichi e, inoltre: orari, spazi, servizi correlati, progetti. Sui progetti … Mi colpisce che molti di essi riguardino iniziative di sostegno psicologico ad alunni e genitori e interventi sulle difficoltà scolastiche, in particolare la dislessia, ma, soprattutto,  i BES (alunni con bisogni educativi speciali). Sì, mi colpisce ‘il progetto sui bisogni educativi speciali’, perché ho sempre pensato che la specialità dei bisogno educativi  sia la normalità nella scuola dell’obbligo. Estrapolarla su progetto potrebbe enfatizzare il problema. Forse perché vengo della scuola dei ‘diversamente abili’ anziché da quella degli ‘handicappati’. Chissà. Mi riservo approfondimenti. 

In ogni PTOF è poi garantito il corposo capitolo dedicato al Curricolo di Istituto, documento che ha visto all’opera gruppi di lavoro, enti di formazione, organi collegiali, ma che non è ancora chiaro quanto ‘pesi’ sulla didattica d’aula, sulla programmazione disciplinare, sul modo di fare scuola da parte di ogni docente, sulla formazione delle competenze negli alunni.  Il Curricolo di istituto è un punto da cui partirei per riguadagnare Autonomia … sul campo!

Una parte significativa è altresì dedicata  alla ‘valutazione’ degli alunni, con particolare riguardo ai criteri di attribuzione di giudizi e voti. D’altronde i voti, tornati alla ribalta da qualche anno (dal 2009 con il ministro Gelmini per la precisione, dopo quasi trent’anni di assenza), costituiscono per i genitori un parametro immediato di giudizio sull’andamento dei propri figli e la dichiarazione dei criteri di attribuzione del voto diventa uno strumento di autotutela della scuola, oltreché di dovuta trasparenza e di  coerenza con il Curricolo. Mi verrebbe da dire anche di ‘potere’ della scuola. Quel poco rimasto, ma che conta e che si fa contare.  Da 0 a 10; da 3 a 10; meglio partire da 4?; Forse sì, soprattutto in prima classe;  E se comunicassimo voti solo nel secondo quadrimestre? Magari lasciando fuori ‘tecnica’?; Che è poi ‘tecnica’???  E’ materia trasversale, quindi già valutata nelle altre ‘materie’...    Ma, mentre siamo tutti a ‘valutare’, ecco spuntare all’orizzonte un nuovo distrattore: le lettere al posto dei voti per esprimere il ‘giudizio’ sulla competenza scolastica raggiunta.  Allora tutti a discutere su A – B- C- D, tutti pronti  a sentire i ‘nuovi guru’ della valutazione (nuovi, si fa per dire), a comprar libri,  a far corsi

  E Penelope a disfar tele e a rifar tele. Costretta, la nostra Penelope, a questo instancabile rito, anche dalla nostra mancanza di interesse e di cultura storica, che ci fa dimenticare ciò che ci ha portati qua e che ci trova sempre più spesso in cammino senza più domande, senza risposte, senza meta e senza senso.

L’evento cruciale e trasformativo a cui mi riferisco in questa riflessione è l’‘Autonomia Scolastica’. Anno 2000! La Scuola, prima di allora, era IL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE A ROMA, con le sue diramazioni fino alle più lontane periferie del ‘regno’, fino al Pian Dei Resinelli, con cinque alunni che arrivavano in slittino e studiavano sullo stesso libro di lettura e sussidiario del compagno di Milano o di Roma. L’unitarietà (ideale) era garantita dai PROGRAMMI MINISTERIALI, prescrittivi, e dall’uso di strumenti  rigorosamente omologati : i libri di testo approvati dal Ministero (e dallo stesso pagati) e dalle “pagelle Ministeriali”. Si può intuire il ruolo importante che ebbero le case editrici nel determinare i contenuti e gli stili di insegnamento.

Vero è che la Scuola (a partire dal Pian dei Resinelli) ha avuto in quegli anni i suoi anni di passione Passione culturale, sociale, sindacale, politica, scientifica e, a dispetto del suo centralismo, aveva una brillante rete a sostenere esperienze innovative  (Gli IRRSAE ad esempio).  In quegli anni ha realizzato molto del suo potenziale in progetti, ricerca, sperimentazione, rivendicazioni  sindacali Tra queste ultime, ad esempio,  la rivendicazione a  gestire risorse in proprio e a personalizzare l’Offerta Formativa per armonizzarla con il contesto e con  il territorio.

Finalmente, all’inizio del Millennio, arriva ‘l’AUTONOMIA’, che, con la Riforma del titolo V della Costituzione, vede  lo Stato composto da Regioni, Province (ma non ci sono già più), Comuni e Autonomie Scolastiche. Naturalmente con personalità giuridica e, meno naturalmente ma così fu, con meno risorse.

Da quel momento  I Programmi Ministeriali, ad esempio,  diventano Indicazioni Nazionali  che ogni Autonomia Scolastica dovrà declinare in Curricoli Di Istituto e la cui omogeneità  sarà garantita dai Sistemi  Nazionali di rilevazione degli apprendimenti. Insieme con l’avvio dell’Autonomia Scolastica, il millennio si aprirà con la riforma della scuola di Berlinguer, che, tuttavia, non vedrà nemmeno la luce e che sarà cancellata pochi mesi dopo dal successore, la Ministra Moratti. Poi  Fioroni,  Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini, Fedeli .  Ogni ministro, pur nel tempo breve della durata dell’incarico,  ha voluto dare un’impronta personale alla Scuola Autonoma ignorando la lunghezza e la complessità dei percorsi scolastici per alunni e famiglie e per i lavoratori della Scuola .

Che fare? Credo che ogni Scuola Autonoma debba ricominciare a recuperare il Dialogo Tra Chi Parla E Chi Ascolta partendo dai Curricoli reali, dalle pratiche didattiche (libri di testo, nuove tecnologie, diverse strategie di integrazione culturale per la formazione delle competenze), esercitando così il minimo consentito alle possibilità di autonomia, per rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente, per avviare processi di innovazione e di ricerca, per ridare ‘voce’ alla didattica d’aula, punto di snodo della realizzazione del servizio di Pubblica Istruzione.

 

“una voce significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell’aria questa voce diversa da tutte le altre voci.

Una voce mette in gioco l’ugola, la saliva, l’infanzia, la patina della vita vissuta, le intenzioni della mente, il piacere di dare una propria forma alle onde sonore”  (I.CALVINO,  Un re in ascolto)

  • Pronto, pronto, chi parla
  • Ma c’è qualcuno?

 

Rachele Nasazzi

 

 

Commenti   

# Hruodolandus 2018-02-07 11:44
“guarire, osservare, educare, non è attivare le possibilità ignote del soggetto di fronte ad un mondo noto ma costruire relazioni di “meraviglia” -S. Natoli-

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# Rachele Nasazzi 2018-02-10 12:04
Ogni parola, anche se scritta, ha una voce. Così, raccolgo le voci dei commenti e le ascolto. Mi suggeriscono di tempi condivisi e, insieme, mi dicono che una voce può restare anche quando si cambia scena, lasciando traccia di reciprocità formativa intensa e attiva. Grazie. Faccio eco alle voci con le parole di un post, uno tra le migliaia che girano sulla rete e che ho pescato al volo depositandole nel mio scrigno.
“Gli insegnanti che amano l’insegnamento, insegnano agli studenti ad amare l’apprendimento” Per dire che la motivazione è sostenuta dalla passione, che è fiducia, ascolto, tenacia, competenza, autorevolezza, studio, impegno, a volte sofferenza, ma anche … tensione, desiderio e piacere. Non solo trasmissione unidirezionale, frammentaria e sorda.
Rachele Nasazzi
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# Hruodolandus 2018-02-07 11:44
...
Mi viene in mente E.Von Glasersfeld quando dice: “Credo, che l’immagine del tempo in movimento e “che scorre” sia fuorviante. Ciò che scorre sono le nostre esperienze.”
In questa società ci viene chiesto di essere multiprocessuali, smart, tecnologici e anche un po’ onnipotenti, a volte, ma rischiamo di distrarci e/o di farci distrarre e di perdere il processo di apprendimento.
Io punterei sulla motivazione (e del discente e del docente). Il resto, (uso delle Tic, metacognizione, autovalutazione, restituzione, riflessione sulla lingua, cooperative learning, il problem solving, il caffè, la merendina…), dopo.
E poi, ascoltare il dialogo che si crea.
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# Hruodolandus 2018-02-07 11:43
... Il compito della scuola dovrebbe essere (è?) quello di dare la possibilità al ragazzo, a ciascuno studente, di acquisire competenze autonome, di costruire la propria identità sociale e personale, di fargli raggiungere il tanto citato “successo formativo”, e diventare futuro cittadino, dandogli il tempo necessario.

Il tempo…questa dimensione che misura il trascorrere degli eventi con un andamento così diverso per gli allievi, i docenti, i genitori: i ragazzi chiedono un tempo disteso. I docenti, spesso, sono costretti a rincorrerlo, inventarlo. I genitori, a volte, non hanno il tempo “ per pensare a queste cose”. 

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# Hruodolandus 2018-02-07 11:42
Busso alla porta del Castello ed entro, a piccoli passi, nel delicatissimo mondo della comunicazione e della condivisione di pensieri e riflessioni; mondo narrato con la capacità magistrale che appartiene alla Dottoressa Nasazzi.
Progetti sui bisogni educativi speciali…Mi soffermo su questa idea.
Cosa sono tutti questi progetti?!
Tutti i bisogni sono speciali. Tutti abbiamo il diritto ed il dovere di apprendere, essere educati ed educare. 
Ogni essere umano ha il diritto di crescere per come può, per come sa.
Il docente, invece, dovrebbe curare di più il sottile equilibrio che c’è tra la relazione affettiva e di fiducia con lo studente e l’importanza del sapere.
...
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# Daniela B 2018-02-03 10:46
Com’è prevedibile, conoscendo la Dottoressa Nasazzi, l’articolo è bellissimo, colto, ricco di riflessioni personali e passione per il mondo della scuola . Aver avuto la Nasazzi per dirigente è stata una delle poche fortune che possono capitare a chi ha lavorato nella Scuola!
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